domenica 3 marzo 2013

IMPIALLACCIATURE O TRANCIATI (prima parte)




I tronchi, oltre che essere usati per ottenere del tavolame, si possono utilizzare anche per produrre dei sottili fogli di legno per rivestire del legno più scadente  nobilitandolo, cioè rendendolo più pregiato. Questa operazione si ottiene usando i tranciati (così chiamati perché vengono ricavati dai tronchi con una macchina che si chiama trancia), detti anche impiallacciature, che deriva da “piallaccio “, termine usato per indicare i sottili sfogliati di legno che i falegnami di un tempo ottenevano manualmente dai tronchi con delle seghe sottilissime.

L’uso di questi sottili fogli di legno è nato per evitare di continuare a consumare quantitativi enormi di legno massello (termine tecnico per definire il legno massiccio) pregiato e quindi costoso, limitandosi invece a rivestire dei legni più comuni e più economici, ottenendo però il medesimo aspetto finale.

Questo sistema ha permesso di salvaguardare le foreste, che venivano depauperate degli alberi più pregiati (e allora non ci si poneva il problema della sostenibilità!) e di lavorare con materiali che non richiedevano tempi di stagionatura lunghissimi come il massello dei legni pregiati. Questi disboscamenti dissennati ed in grande quantità, fatti per soddisfare le esigenze della nobiltà e dei ricchi proprietari di allora, ha portato per esempio alla completa eliminazione di tutti gli alberi di Mogano dell’isola di Cuba, che era il più pregiato, ma che oggi nell’isola non si trova quasi più.

Naturalmente i precursori di questo sistema, si procuravano da soli i piallacci, ricavandoli autonomamente, come illustrato precedentemente, dai tronchi più pregiati (stiamo parlando di vicende del 1700); poi finalmente, all’inizio del 1800 fu inventata la prima macchina tranciatrice per il legno, che rappresentò un notevole passo avanti nella produzione delle impiallacciature, soprattutto in termini di tempi di produzione e di costanza di spessore dei fogli di legno che venivano ricavati.

Oggi disponiamo di macchinari per la tranciatura che ci permettono di ottenere dei fogli di impiallacciatura di vari spessori: 0,5-0,6 mm. per il placcaggio, cioè il rivestimento tramite incollaggio con pressa a caldo, dei pannelli piani (di qualunque materiale legnoso); di 1 o 1,5 mm. che vengono destinati prevalentemente alla bordatura, cioè al rivestimento dei pannelli sui bordi, dopo averli placcati; 2, 2,5 e 3 mm. che, oltre a bordare i pannelli con un materiale più ricco, vengono usati per lastronare i manufatti, quando si vuole dare un apporto di legno nobile più abbondante dello spessore del tranciato tradizionale.



Per potere tranciare il tronco bisogna lasciarlo a bagno in acqua bollente alcune ore, i legni teneri meno, i legni duri di più; questo trattamento permette al legno di ammorbidirsi, diventando plastico, rendendolo adatto ad essere tranciato. Se provassimo a tranciare un tronco, anche il più tenero, senza questo trattamento preventivo, otterremmo solo una montagna di schegge.

Ci sono diversi sistemi di tranciatura del legno, ma tutti hanno una cosa in comune: il legno viene a contatto con una lama affilatissima, un po' più lunga del tronco, che ne asporta un foglio più o meno sottile, con un effetto simile a quello di una pialla. Successivamente i fogli ottenuti vengono sistemati, ordinatamente in sequenza, sugli essicatoi, che sono costituiti da vari piani grigliati o a rete, per permettere una asciugatura da entrambi i lati contemporaneamente, evitandone quindi la deformazione, a volte usando dei tunnel di essicazione riscaldati, per accelerare l’operazione.

E’ molto importante che i fogli vengano mantenuti in sequenza, perché il disegno della fiammatura cambia leggermente da ogni foglio a quello successivo. Dopo l’essicazione vengono formati i vari pacchi con i fogli ricomposti nel medesimo ordine in cui sono stati tranciati e anche i pacchi vengono numerati in sequenza, per potere ricostituire il tronco una volta finita la tranciatura, dando origine alla cosiddetta biglia, che costituisce una partita di tranciati, tutti ottenuti da uno stesso tronco e quindi con le stesse caratteristiche (è praticamente quello che si fa con le tavole ricomposte in boules). Ora affrontiamo il perché i pacchi di tranciato devono essere mantenuti in sequenza.

Questa è una necessità che deriva dal modo in cui viene usata l’impiallacciatura per rivestire i vari pannelli: in primo luogo dobbiamo decidere quanto materiale ci serve per placcare i vari pannelli che costituiscono il lavoro che dobbiamo effettuare, tenendo conto della larghezza dei pacchi di tranciato, della lunghezza e del numero di fogli da cui è composto ogni pacco.

La consuetudine vuole che i pacchi di impiallacciatura sottile, cioè 0,5-0,6 mm., siano costituiti da 32 fogli, mentre quelli più spessi sono composti abitualmente da 16 fogli. Considerando un lavoro tradizionale, il placcaggio viene effettuato con i fogli sottili, ma abbiamo due possibilità di comporre i  teli  che verranno incollati sui pannelli: la più usata è quella con i fogli  aperti a libro, che significa che i vari fogli vengono composti in maniera da averne uno collegato a quello successivo, che sarà rovesciato da sotto in su, lungo l’asse longitudinale, in modo da avere un disegno simmetrico.

Si consiglia sempre di comporre i teli con fogli in numero pari: 2 se sono sufficienti a coprire (con un paio di centimetri di abbondanza) i pannelli che dobbiamo placcare, oppure 4 se i fogli non sono abbastanza larghi, oppure 6, 8 eccetera se abbiamo da coprire superfici ampie. Non è conveniente usare teli composti da 3 oppure 5 fogli, o comunque dispari, perché in genere facciamo sempre delle composizioni di pannelli affiancati: un armadio, una cucina, un mobile da soggiorno; accoppiare degli sportelli con i fogli in numero dispari ci farebbe sicuramente risparmiare del tranciato, ma l’effetto finale sarebbe decisamente scadente, perché ogni sportello ad un’estremità avrebbe un foglio che non risulterebbe simmetrico con il primo dello sportello seguente.

L’altro sistema di preparazione dei teli è quello con i fogli a correre, in cui non si segue l’idea di creare dei disegni simmetrici con la venatura, ma si mettono tutti i fogli affiancati a seguire, prendendoli dal pacco così come sono stati impilati, senza capovolgerne nessuno. In questo caso formiamo dei disegni che non sono legati ad un numero pari di fogli, perché accostando i vari pannelli in fase di montaggio, ci troveremo sempre con lo stesso disegno, che passa da un pannello a quello successivo, senza danneggiarne l’estetica.

Ci sarebbe un altro modo per preparare i teli di impiallacciatura ed è quello che è comunemente noto come dogato; in questo caso vengono accoppiate, in ordine sparso, delle strisce di tranciato di pochi centimetri di larghezza (chiamate rivette), senza rispettare un ordine preciso ed un accoppiamento di colore e, quello che ne risulta ha un effetto simile a quello del parquet, con l’unica differenza che nel nostro caso le doghe sono a tutta lunghezza. (fine prima parte)



venerdì 22 febbraio 2013

LA DEFORMAZIONE DEL LEGNO





Il legno è un materiale che sente molto le variazioni di temperatura e di umidità e, in funzione di queste, solitamente si deforma; la deformazione è diversa da legno a legno e dipende anche da come è protetto, cioè se è verniciato (quindi in buona parte difeso dall’umidità) oppure se non ha avuto trattamenti protettivi.

Le tavole, perdendo umidità con la stagionatura, si accorciano nelle tre dimensioni in percentuali diverse, dal momento che il legno, contrariamente al metallo, è un materiale anisotropo (che significa che non si contrae uniformemente nelle tre dimensioni)  ; in lunghezza hanno delle variazioni minime (0,2-0,5%), ma in senso tangenziale il ritiro è sensibile (6-12%), in senso radiale è circa la metà. Generalmente il ritiro nei legnami comincia a manifestarsi quando l’umidità relativa scende sotto il 30-35% , ecco le percentuali di ritiro di alcuni legni:


SPECIE  LEGNOSA
Percentuale ritiro assiale
Percentuale ritiro
tangenziale
Percentuale ritiro
radiale
Abete rosso
0,23
9,1
4,9
Cirmolo
0,24
5,0
2,5
Larice
0,24
8,2
4,1
Pino silvestre
0,23
8,1
4,4
Acero
0,24
4,3
2,7
Betulla
0,44
9,4
6,9
Castagno
0,32
5,2
3,4
Carpino
0,37
11,5
8,5
Ciliegio
0,25
6,5
3,9
Faggio
0,23
12,6
6,4
Frassino
0,17
7,5
4,3
Mogano
0,24
4,4
2,7
Noce
0,39
6,8
4,7
Olmo
0,25
7,1
4,0
Pero
0,38
10,5
4,9
Pioppo
0,26
8,1
4,0
Rovere
0,33
7,7
4,2
Teak
0,22
6,4
3,4


Questo significa che nel senso della larghezza le tavole tendono ad incurvarsi e il lato concavo è quello più vicino agli sciaveri (quindi più lontano dall’asse longitudinale del tronco), perché è il lato della tavola che è più umido e quindi, essicandosi, è quello che avrà il ritiro maggiore; questo comportamento si chiama  imbarcamento .

 Se invece consideriamo una tavola ricavata con un taglio radiale, il ritiro è quasi la metà di quello tangenziale; il risultato di tutti questi ritiri dimensionali dà origine alla deformazione definitiva della tavola. Quello che si nota subito è la variazione di spessore: una tavola di abete che è stata tagliata, da fresca, con uno spessore di 50 mm., una volta essicata e  pronta per la vendita, si è ridotta di circa 3 mm.

Gli altri difetti delle tavole, legati al ritiro, sono: lo svergolamento, in cui la tavola prende un po’ la forma di un elica; la  arcuatura  che porta la tavola ad incurvarsi nel senso della lunghezza e la falcatura  che prevede la deformazione con curvatura in piano della tavola.

I vari legni vengono poi classificati in funzione della durezza; esistono pertanto i legni tenerissimi (pioppo, tiglio, cirmolo, balsa, obeche, ceiba, limba ecc.), quelli teneri (betulla, abete e conifere varie), mediamente duri o duri (iroko, ramino, tutta la famiglia delle querce, mogano, castagno, faggio, noce, afrormosia, acero, doussiè ecc.), molto duri (bosso, corniolo, ebano, olivo, wengè, guaiaco).

sabato 9 febbraio 2013

STAGIONATURA DELLE TAVOLE



STAGIONATURA  DELLE  TAVOLE


Il legno appena tagliato dal tronco, con qualunque sistema, viene definito “ fresco “; per poter essere commercializzato ed usato bisogna far scendere l’umidità relativa da quella iniziale, che è molto alta, fino al 12%- 15%. Per fare questo il legno deve essere “ stagionato “, questa operazione non serve solo a disidratarlo, ma anche a stabilizzarlo, eliminando tutte le tensioni interne presenti dopo il taglio in quella che, a tutti gli effetti risulta una  fibra viva, permettendo quindi ai falegnami di usufruire di un materiale che non dia delle notevoli sorprese comportamentali durante le lavorazioni.
Una volta, per ottenere una buona stagionatura, quando ormai il tronco era stato tagliato, con sistemi assai faticosi e poco precisi, si mettevano le tavole orizzontali "steccate" con i soliti listelli distanziatori e si faceva una catasta costituita da alcune pile di con i soliti listelli distanziatori e si faceva una catasta costituita da alcune pile di tavole, fino ad un’altezza tale da non comprometterne la stabilità; poi la si copriva con alcune tavole di scarto, affiancate ed unite tra loro, per tenere al coperto la catasta, dando alla tettoia così preparata un’inclinazione tale da far scivolare via l’acqua piovana e senza permetterne l’infiltrazione sottostante.
A questo punto le tavole venivano lasciate per anni a subire le variazioni climatiche e il tempo di permanenza in fase di stagionatura era determinato soprattutto dal tipo di legno in questione e dallo spessore delle tavole; tanto per fare un esempio una tavola di rovere si stagiona naturalmente ad un ritmo di un centimetro l’anno, per cui se la catasta era costituita da tavole di rovere di 6 centimetri di spessore, rimaneva ferma per 6 anni. Nel caso di una tavola di abete, dello stesso spessore, il tempo si riduce ad un anno e mezzo perché il legno è più tenero e quindi più poroso e questo velocizza l’eliminazione dell’umidità.

I vari passaggi dal caldo al freddo e dal clima umido al clima secco, e viceversa, facevano in modo che il legno si assestasse piano piano, distendendosi ed eliminando le tensioni interne, permettendo così al legname di stabilizzarsi.

Oggi la frenesia della vita e la necessità di avere disponibile del materiale stabile in tempi brevi, ha portato all’invenzione dei  forni o tunnel di essicazione  che lavorano in modo da stagionare il materiale in tempi molto più veloci. La procedura seguita abitualmente è questa: si inizia accatastando le tavole appena segate (sempre steccate) per un periodo che, come al solito dipende dal tipo di legno e dal suo spessore, ma che può tranquillamente raggiungere il mese e mezzo o due; questo serve a iniziare la distensione del legno preparandolo all’eliminazione dell’acqua che contiene, soprattutto negli strati più interni.

Come seconda fase, si caricano le tavole steccate sopra alcuni carri che vengono introdotti nel tunnel di essicazione, uno in coda all’altro, sempre dello stesso legno e del medesimo spessore; una volta chiuso il portone inizia il ciclo di essicazione artificiale che, come al solito, sarà diverso per i vari tipi di legno e i diversi spessori. Il sistema tradizionale è dotato di una grossa ventola che fa circolare l’aria fra le tavole, questa aria viene opportunamente riscaldata, ma soprattutto umidificata, all’inizio, perché la cosa a cui bisogna stare più attenti  è evitare un’essicazione troppo rapida, che porterebbe ad un ritiro del legno troppo veloce, con conseguente deformazione delle tavole e formazione di crepe, cosa assolutamente da evitare perché si rovinerebbe un notevole quantitativo di legname, che non potrebbe più essere utilizzato completamente.

In seguito il livello di umidità viene ridotto, e la temperatura dell’aria circolante aumentata progressivamente, fino ad ottenere un’evaporazione lenta ma continua, per avere delle tavole con l’umidità prevista.

Una volta terminato il periodo di essicazione all’interno del tunnel, che può durare da alcuni giorni ad alcune settimane, bisogna riaccatastare il legname per la fase di condizionamento, perché l’umidità relativa, che si riscontra con uno strumento chiamato igrometro, all’esterno delle tavole, è sicuramente più bassa di quella al centro (non misurabile se non con metodi distruttivi), quindi bisogna dare al legno il modo di ridistribuire l’umidità in modo che sia uniforme in tutto lo spessore; e anche questa operazione richiede il suo tempo.

Una volta raggiunta l’umidità del 12%-15% il legname può essere sistemato, sempre steccato in cataste oppure in boules, in attesa di un acquirente.

Per riuscire a fare una contenuta panoramica dei tempi di permanenza all’interno dei forni di essicazione dei legni più usati, vi propongo quello che viene effettuato dalla ditta Bertarelli di Luzzara (RE), che produce pannelli in legno lamellare, ma provvede all’essicazione in proprio.

I dati si riferiscono ai giorni di trattamento di tavole di spessore nominale di 50 mm.: Abete (10-15 gg.), Ontano (20-25 gg.), Faggio (40 gg.), Mogano Sapelli (50 gg.), Iroko (50 gg.), Rovere (80 gg), Frassino (80 gg), Wengè (120-150 gg.). Da notare che quando le cataste di tavolame vengono inserite negli essicatoi hanno già abbassato la loro umidità relativa fino al 40% circa e quando escono l’umidità è attorno al 10%. Nel caso della ditta Bertarelli, anziché usare i tunnel con i carri carichi di tavole, l’essicazione viene effettuata in piccole strutture in lamiera grecata, dove le cataste sono pallettizzate e vengono allineate e sovrapposte usando i muletti; la capienza media di questi essicatoi è di 80-100 metri cubi di legname.

Tornando al discorso dei rivenditori di legname da lavoro in tavole, bisogna considerare che ci sono delle differenze nel trattare le tavole, in funzione del tipo di

legno: possiamo notare che le tavole di conifera, come per esempio l’abete, sono tutte refilate, cioè sono prismatiche, hanno quindi i bordi squadrati e le tavole hanno la stessa larghezza da un capo all’altro.

Questo generalmente non avviene con le tavole di latifoglie, per esempio il noce, che viene semplicemente segato, lasciando i bordi inclinati naturalmente, e questi possono essere più o meno in squadro con la tavola, in funzione della posizione che avevano all’interno del tronco, prima di essere ridotto in tavole. Inoltre se il tronco di noce era un po’ storto, le tavole da esso ricavate seguiranno il suo andamento e vengono vendute agli acquirenti finali così come vengono tagliate dalla segheria. Naturalmente il valore di una boule o di una singola tavola è valutato anche in funzione della sua deformazione, quindi se ci troviamo di fronte ad un tronco dritto, otteniamo delle tavole che possono essere sfruttate completamente; se invece il tronco è storto, è chiaro che ci saranno delle parti che andranno buttate via, riducendone la sfruttabilità e, di conseguenza, anche il valore di mercato.

domenica 13 gennaio 2013

IL TAGLIO DEL TRONCO IN TAVOLE



IL  TAGLIO  DEL  TRONCO  IN  TAVOLE




Quando i tronchi vengono tagliati hanno una percentuale di umidità che si aggira attorno all’ 80 - 100% e, dopo il taglio in tavole deve essere ridotta al 12%-15% per essere ritenuta giusta per la commercializzazione. Ma vediamo in quali modi si può tagliare un tronco: il sistema più frequente è quello che utilizza una sega a nastro di dimensioni generose (il nastro è circa 6-7 cm. di larghezza) e taglia il fusto rifilando la parte più esterna, totalmente convessa e quindi non utilizzabile, chiamata  sciavero. In questo caso la sega è fissa ed è il tronco che si muove avanti e indietro, fissato con delle graffe particolari ad un carrello, che si muove su rotaie, il quale viene avvicinato alla sega secondo degli spostamenti programmati, in funzione dello spessore delle tavole che si vogliono ottenere, come si vede da questo filmato:

A volte, con questo tipo di macchina, il tronco viene fatto ruotare sul proprio asse, dopo il taglio del primo sciavero, per procedere al taglio di quello opposto e procedere nei tagli successivi, secondo programmi che non sempre seguono la stessa sequenza. Comunque siamo in presenza di una macchina che opera per tagli verticali, all’interno di capannoni adeguati e dotati di sistemi di asportazione continua del tavolame tagliato.
Per rimanere nel settore delle seghe a nastro, ne esiste un tipo in uso soprattutto nell’America del Nord che lavora con il nastro in posizione orizzontale; il questo caso l’attrezzatura per il taglio è di dimensioni molto più contenute e viene utilizzata per operare all’aperto, vicino alla zona di abbattimento. Il tronco questa volta viene fissato all’interno di due binari su cui viene spinta, manualmente o meccanicamente, una incastellatura che porta la sega a nastro (con un nastro molto più stretto del precedente) mossa da un motore a scoppio, come viene mostrato in questo video:


oppure in maniera più modesta in quest’altro:

Ovviamente alla fine di ogni corsa, bisogna togliere la tavola appena tagliata, portare indietro l’incastellatura ed abbassare manualmente la sega, posizionando il nastro in modo da tagliare la tavola successiva dello spessore desiderato.
Un altro sistema per tagliare i tronchi è quello che utilizza una sega circolare di notevoli dimensioni; in questo caso la lama ruota in una posizione fissa ed è il tronco che si sposta avanti e indietro, traslando lateralmente alla fine di ogni corsa per tagliare una nuova tavola. Questo sistema va bene finchè la dimensione dei tronchi si mantiene attorno ai 50-60 cm. di diametro; se si superano queste misure bisogna tagliare il tronco con due lame, montate una sopra ed una sotto il tronco, sullo stesso piano di taglio, ma sfalsate (una più avanti e una più indietro), con un’interferenza di taglio di qualche centimetro, per essere sicuri che il taglio sia completo. Questo filmato vi mostra come funziona il taglio con la sega circolare:

C’è un altro modo per tagliare i tronchi e si utilizza quando il diametro del tronco è veramente eccezionale, per esempio quando si taglia un tronco di Boubinga, che supera agevolmente i 2 metri di diametro. In questo caso si usano delle speciali seghe a nastro o a catena che tagliano il fusto, tenuto orizzontale, secondo un piano orizzontale; a volte ricavando le tavole in sequenza, fino ad esaurire il tronco, e a volte tagliandolo prima a metà, poi in quarti, per ridurlo ad una dimensione più adatta ad essere poi preso in carico dalle macchine più tradizionali.
Fino ad ora abbiamo parlato di tagli di tronchi per ottenere delle tavole con  tagli tangenziali  che sono quelli che mettono in mostra la “ fiammatura “ del legno, che è quel disegno a forma di finestra gotica (tanto da chiamarla anche: fiammatura tipo cattedrale) dovuta all’alternanza chiaro-scuro degli anelli di accrescimento.




Se invece vogliamo una venatura rigata dobbiamo effettuare dei tagli radiali, cioè riducendo prima il tronco in quarti, poi lo si blocca in modo da poter effettuare dei tagli secondo piani paralleli al piano mediano del quarto, denominato generalmente: “taglio alla francese “:



Abitualmente le tavole vengono segate in senso tangenziale e molto spesso, se si tratta di latifoglie pregiate, vengono sistemate una sull’altra nell’ordine in cui sono state tagliate, separate da listelli a spessore costante, per poter fare circolare l’aria su tutte le facce in maniera omogenea, ricostituendo così il tronco primitivo; il pacco di tavole così sistemate viene chiamato, con un francesismo: boule


Il motivo per cui si preparano le boules  è per poter dare la possibilità di acquistare delle tavole tutte con le stesse caratteristiche morfologiche, in modo da avere, per uno stesso lavoro, la garanzia che l’aspetto estetico del manufatto sia lo stesso in tutte le sue parti. Cosa che sicuramente non accade se vengono acquistate tavole dello stesso legno, ma provenienti da tronchi diversi.

domenica 23 dicembre 2012

I DIFETTI DEL LEGNO





Il legno è un materiale che può presentare diversi difetti per tanti motivi: primo fra tutti l’attacco degli insetti xilofagi, cioè mangiatori del legno; questi possono attaccare il tronco, sia quando la pianta è ancora in piedi, sia quando è già stato tagliato in tavolame. Generalmente l’insetto adulto deposita le uova negli anfratti della corteccia e quando queste si schiudono, la larva che ne esce si fa strada attaccando prima l’alburno, che è più tenero, per poi passare anche al durame, scavando gallerie più o meno grandi a seconda dell’insetto in questione. Perché ci sia un attacco da parte di questi parassiti, il legno deve avere una certa umidità; si è scoperto infatti che con una umidità pari o al di sotto dell’8%, gli insetti xilofagi sono poco portati ad attaccare il legno. Teniamo conto però che il tavolame in vendita è commercialmente accettato con una umidità che oscilla tra il 12% e il 15%, e tutti sappiamo che il classico tarlo attacca volentieri i mobili antichi che abbiamo in casa, con una umidità sicuramente bassa e non sono protetti da alcuna vernice, che è un ottimo dissuasore per questi parassiti. Esistono in commercio degli antiparassitari che combattono l’azione di questi insetti o la prevengono, ma sono destinati ai legni più pregiati, visto che il trattamento risulta abbastanza costoso.
Esistono inoltre altri parassiti, ma di tipo vegetale: sono i funghi e le muffe; perché questi si possano sviluppare devono, anche in questo caso, esserci delle condizioni ambientali particolari, soprattutto una umidità almeno del 25% ed una temperatura compresa tra 0°C e 40°C; al di sotto e al di sopra di queste temperature i funghi non proliferano. Di funghi ne esistono di due categorie: una macchia il legno in modo definitivo, l’altra attacca il legno facendolo marcire e scavandolo; in entrambi i casi il legno colpito deve essere asportato.
Naturalmente, oltre ai difetti provocati dai vari parassiti, ci sono quelli morfologici che nascono da condizioni ambientali in cui è vissuto l’albero, o da caratteristiche strutturali del tronco.
Uno, per esempio, è la  lunatura  o  doppio alburno  che si verifica per effetto del gelo, che atrofizza le cellule dell’alburno più vicine al durame, causandone il distacco ed impedendone la trasformazione in durame; poi, col tempo, si forma un nuovo alburno che procederà normalmente, diventando durame a sua volta, ma la parte di alburno congelata rimarrà sempre una zona a sé stante e non sarà mai integrata solidamente nel tronco che, una volta ridotto in tavole, darà origine a del legno scarsamente utilizzabile.



Un altro difetto è il  cuore eccentrico  che viene provocato generalmente da una crescita anomala del tronco che, nascendo su un terreno inclinato, parte con la base arcuata per riportarsi poi in verticale;


 in questa parte curva si riscontra che il midollo è spostato verso la zona a monte e gli anelli annuali risultano deformati, infatti sono più stretti nella zona a monte, mentre sono più dilatati nella zona a valle. Questo comporta la presenza di  legno di compressione  a monte e di  legno di tensione  a valle; la parte curva del tronco risulta così inutilizzabile, in quanto il legno in quelle condizioni sarà sempre instabile per le notevoli tensioni interne che ne risultano.


C’è un’alta serie di “ difetti “ che noi riscontriamo nelle tavole ottenute tagliando un tronco, sono i nodi; questi elementi tondeggianti, di legno più scuro e più compatto ci sono perché rappresentano l’impianto di un ramo nel fusto; abitualmente si distinguono in tre categorie: nodi sani o vivi, nodi mobili o morti  e  nodi a baffo.


Il nodo vivo è quello che è solidale con la tavola e si presenta fisso e duro; il nodo morto invece può essere mobile (nel senso che, per la sua conformazione contorta, non riesce a sfilarsi dalla tavola, ma è staccato), oppure può mancare del tutto la parte centrale, lasciando quindi un foro al centro del nodo stesso (che significa che è riuscito a sfilarsi). Questi due tipi di nodi si trovano nelle tavole ottenute con un taglio tangenziale; per il nodo a baffo il discorso è diverso perché lo si vede esclusivamente nelle tavole centrali, in cui la sega che ha tagliato le tavole è capitata in asse con un ramo (oppure nelle tavole tagliate radialmente) e il nodo si vede sezionato in tutta la sua profondità, evidenziando la tipica forma a corno rovesciato.
I nodi sono tipici delle conifere e le tavole che vengono ottenute dal taglio di questi alberi vengono classificate in 5 categorie di pregio decrescente:

Prima scelta                : legno bello senza nodi o con nodi vivi piccolissimi.
Seconda scelta           : legno bello, ma con nodi anche morti, ma senza nodi a baffo.
Terza scelta                 : legno meno bello con nodi grossi, anche morti, e con nodi a     
                                          baffo.
Quarta/quinta scelta : legno brutto con molti nodi, tavole storte o imbarcate, utili  
                                          solo per lavori scadenti o cantieristica edile.

E’ chiaro che, per ottenere delle tavole senza nodi nelle conifere, bisogna occuparsi delle piante, a cui si dovranno potare i rametti e togliere le gemme che si formano nella parte inferiore del fusto, per fare in modo che i rami (che sono indispensabili per la sopravvivenza dell’albero) si sviluppino solamente oltre una certa altezza, in maniera che dalla parte inferiore si possano ottenere tavole di prima scelta, che per le conifere sono considerate commerciali quando hanno una lunghezza leggermente superiore ai 4 metri.
Dobbiamo spendere qualche parola anche a proposito di un altro difetto dei tronchi: le crepe; queste possono essere al centro o all’esterno del tronco. Le prime si verificano quasi sempre negli alberi piuttosto vecchi, le seconde si trovano anche negli alberi giovani che subiscono dei forti sbalzi di temperatura, che provocano una diversa evaporazione tra la parte esterna (che si asciuga di più e si ritira), e quella interna (che mantiene la propria umidità e dimensione).
E’ ovvio che tronchi di questo tipo non sono destinati al taglio in tavole, perché la sfruttabilità del tavolame che ne risulterebbe sarebbe molto bassa. Le crepe, però, si possono verificare anche nelle tavole ricavate da tronchi sani, le quali durante la stagionatura cominciano a fendersi partendo dalle estremità; questo è un problema tipico delle tavole di rovere e tutta la sua famiglia, e per limitare i danni, vengono piantate delle lamierine di ferro ondulate, o delle graffe, nelle teste che si stanno aprendo, per cercare di trattenere le due parti della tavola che si stanno allontanando. Si cerca comunque di evitare di far nascere queste crepe, spalmando le teste delle tavole con alcune sostanze cerose, che bloccano l’evaporazione in quella zona, impedendone il ritiro eccessivo che è la causa che origina la crepa.
Parlando di rovere (e di tutta la sua famiglia) mi ricordo che una volta tutti i tronchi che contengono tannino, e quindi anche il castagno, venivano lavati nei torrenti per eliminare questa sostanza, in quanto al momento della verniciatura trasparente, i solventi facevano affiorare questo prodotto che creava delle macchie nella superficie, rovinando tutto il lavoro fatto prima. C’era anche un altro sistema in uso: dopo aver tagliato il tronco in tavole, queste venivano messe all’aperto, in piedi leggermente inclinate, appoggiate ad un palo orizzontale, ed alternate incrociandole, per fare in modo che le piogge dilavassero piano piano il tannino.
Oggi queste operazioni non si fanno quasi più perché sono state inventate delle sostanze che si danno sulle superfici da verniciare, che si chiamano  isolanti, i quali  creano una barriera impenetrabile ai solventi, che quindi non entrano in contatto con il tannino e pertanto non lo fanno affiorare.  Ci sono oggi anche le vernici ad acqua che, non contenendo solventi, non fanno affiorare il tannino e quindi il problema delle eventuali macchie in fase di verniciatura è eliminato.