martedì 29 ottobre 2013

FONDI E TINTURE




Parlando di vernici, non dobbiamo dimenticare i passaggi preliminari, soprattutto l’applicazione del fondo. Qualunque sia l’oggetto da verniciare è indispensabile preparare il legno con una o più mani di fondo, che ha due funzioni: la prima è quella di chiudere i pori del legno (salvo che non si voglia fare una verniciatura a poro aperto), la seconda è quella di creare un supporto fortemente aggrappato al legno, su cui spruzzare successivamente la vernice.
I fondi che si usano prevalentemente sono tre: il fondo poliuretanico che, nella versione trasparente è consigliato per i legni scuri; il fondo ad acqua che è invece consigliato per i legni chiari (quello poliuretanico tende ad inverdirli) e il fondo al poliestere, generalmente chiamato poliesterino, che è preferito quando la porosità del legno è elevata ed è necessario usare un fondo con un residuo secco molto elevato. 


All’applicazione del fondo segue una carteggiatura con carta vetrata di grana 240/280, per livellare tutte le imperfezioni e creare una superficie perfettamente liscia, in modo da mettere la vernice nelle condizioni per stendersi nel migliore dei modi, sia nel caso di vernice lucida o opaca.
Un’altra operazione che si consiglia di effettuare per non fare affiorare le macchie di tannino nei legni che ne sono ricchi (rovere, castagno e molti esotici) è quella di dare una mano di isolante, che blocca l’affioramento del tannino e che sarebbe consigliabile usare anche quando si lacca il Medium Density, visto che non sappiamo mai che legni sono stati usati per produrlo.
Questo trattamento è soprattutto utile nell’applicazione dei prodotti a solvente, che sono quelli che possono scatenare l’affioramento delle macchie.
Un’opportunità che ci offre la maggior parte dei legni chiari è quella di poter essere tinti con varie tonalità di colore. Una volta era un’operazione complicata perché bisognava utilizzare le bustine di anilina, che esistevano nella versione solubile in alcool (da dare a spruzzo) oppure solubile in acqua.
Queste ultime andavano preparate sciogliendole dentro un contenitore di acqua calda a cui era stata aggiunta una certa percentuale di ammoniaca, che favoriva l’apertura dei pori del legno per ottenere una migliore penetrazione del colore.
Il mercato offriva toni di colore come: ciliegio, mogano, noce chiaro, noce scuro, ebano e tutta una serie di colori che andavano dal rosso al verde eccetera.
Per ottenere la tinta voluta si preparava un determinato quantitativo delle varie tinte, che venivano poi mescolate in proporzioni opportune e che, a risultato ottenuto, venivano applicati con una normalissima spugna, facendo attenzione a passare dappertutto in un'unica volta. 



E’ importante fare il lavoro in un’unica passata perché, se lo si facesse in due volte, si finirebbe per sbavare il colore sulla prima passata quando si applica la seconda e questo determinerebbe una sgradevole sovrapposizione di colore, che sarebbe piuttosto difficile da eliminare senza rifare completamente il pezzo, dopo averlo sgrezzato con la carta vetrata.
Oggi esistono dei flaconi di tinta già preparati in diverse sfumature e ci sono sia a solvente (da dare a spruzzo e diluibili con l’acetone) che hanno un’evaporazione rapidissima e non alzano il pelo del legno, sia ad acqua pronti all’uso o da diluire se si vuole un tono più delicato, da applicare sempre con la spugna con la stessa metodologia dell’anilina. Queste tinture si possono applicare anche a pennello. 




Bisogna comunque ricordare che il colore del legno tinto che si otterrà quando sarà stata data anche la finitura trasparente, la vediamo nel momento in cui stendiamo la tinta, ed è ancora bagnata; infatti quando la tinta si asciuga si schiarisce, per riprendere però il colore originale quando si applicano fondo e vernice trasparenti.

domenica 20 ottobre 2013

LE VERNICI POLIESTERE (terza parte)




Un’altra categoria di vernici, ormai poco usata per via dei costi eccessivi, è quella delle vernici poliestere, che vengono usate per realizzare superfici perfettamente brillanti, tramite l’utilizzo di uno spazzone e di paste abrasive.
Queste vernici sono costituite da una base a cui va aggiunto un 2% di accelerante, un 2% di catalizzatore ed un 25/30% di acetone come solvente; non ha bisogno di una mano di fondo, come le altre vernici, ma viene applicata a spruzzo in diversi strati, fino al raggiungimento dello spessore adeguato.
Tra una mano e l’altra bisogna ovviamente lasciarla essiccare (da 2 a 6 ore) e, siccome ad essicazione avvenuta, ogni volta c’è un affioramento di paraffina, bisogna provvedere ad asportarla tramite carteggiatura con grana 240, per permettere l’applicazione della mano successiva (da 3 a 5 mani); infine si stende la mano di trasparente lucido.
L’ultima carteggiatura viene effettuata con una carta molto fine (grana 1000) in senso trasversale a quelle precedenti e al senso di lucidatura, che viene effettuata prima con dischi di sisal, accoppiati con una pasta abrasiva che toglie i graffi, poi con dischi di feltro impregnati con una specie di polish o di olio.
Questo tipo di verniciatura è caduto un po’ in disuso in quanto richiede una mano d’opera notevole ed ha quindi un costo che è due o tre volte quello delle vernici poliuretaniche dirette, ottenendo praticamente il medesimo effetto estetico; il vantaggio che ha il poliestere è che, se si fa un graffio in un pannello, si riesce generalmente a ripristinare, in quanto lo spessore della vernice permette di carteggiare fino a riprendere completamente il danno, per poi rilucidarlo.
Con le vernici poliuretaniche questa soluzione è praticamente improponibile perché lo strato di finitura è molto sottile ed i graffi si tolgono solo se hanno una profondità infinitesimale.


VERNICIATURA  A  PORO  APERTO

Questo tipo di trattamento è destinato ai pannelli costruiti con legni a poro molto evidente, per esempio: frassino, castagno, ma soprattutto rovere (e tutta la sua famiglia), se ci limitiamo a quelli nazionali.
Dopo aver carteggiato il legno, come al solito, si applica una mano di un fondo trasparente particolare, che ha un residuo secco molto basso; poi si effettua una carteggiatura molto leggera, con carta vetrata fine, poi si applica la finitura trasparente con il numero di gloss che si desidera, oppure si lacca. 


In questo modo la porosità originale del legno rimane visibile e la superficie non sarà perfettamente liscia, ma risulteranno evidenziati i pori del legno.
Un’alternativa a questo trattamento, ma che ne sfrutta la partenza, è la decapatura che si ottiene partendo da un pannello di legno a poro aperto, che ha già subito l’applicazione del fondo ed è stato carteggiato.
Sulla superficie così preparata, si stende una pasta (che può essere bianca o colorata) con uno straccio, assicurandosi di chiudere tutti i pori; dopo circa un’ora, ad essicazione avvenuta, si carteggia il pannello facendo in modo che la pasta rimanga solo dentro i pori.
A questo punto il pannello è pronto per la verniciatura finale; data la notevole quantità di colori delle paste, si possono ottenere effetti molto particolari, dando in molti casi un aspetto “antichizzato” al legno. 






giovedì 10 ottobre 2013

LE VERNICI (seconda parte)


LE  VERNICI  POLIURETANICHE

Un’altra categoria di vernici ancora in uso è quella delle poliuretaniche, che sono costituite da due componenti: c’è una base ed un catalizzatore, che viene abitualmente aggiunto in quantità pari al 40 / 50% della base. Essendo vernici da utilizzare con la pistola a spruzzo, si è soliti aggiungere un 10% di diluente, per raggiungere la giusta viscosità.




Naturalmente con tutti questi prodotti volatili, l’uso di questi materiali richiede l’utilizzo di una cabina di verniciatura, dotata ovviamente di un adeguato impianto di aspirazione, con tanto di filtri per trattenere le sostanze aeriformi, evitando quindi di disperderle nell’atmosfera.
Questi prodotti si trovano sia trasparenti che pigmentati (nel qual caso vengono chiamate lacche) ed oggi si possono ottenere della brillantezza voluta. Una volta venivano sommariamente classificate come: opache, satinate, semilucide e lucide, senza che esistesse un riferimento certo per poter ripetere la medesima brillantezza con una vernice della medesima categoria.
Oggi, con l’intervento dei tintometri elettronici, ci possiamo permettere di riformulare una vernice identica ad una precedente, di cui possediamo un frammento. Questo viene analizzato da uno strumento che si chiama spettrofotometro (collegato ad un computer) che stabilisce quali colori compongono il campione in nostro possesso, permettendo così di riformulare una ricetta che la macchina provvederà a realizzare, attingendo dai contenitori dei colori base e mescolandoli nelle quantità previste. (INVEBI sistema tintometrico + spettrofotometro)
Però siamo a metà del percorso: oltre a determinare il tipo di colore, se dobbiamo preparare una vernice che si accoppi esattamente a quella del campione, si deve determinare anche la sua brillantezza e, per questo, bisogna determinare il numero di gloss.
I gloss sono l’unità di misura della brillantezza di una vernice; la scala va da 0, che significa completamente opaco, a 100, che vuol dire completamente lucido brillante e naturalmente le combinazioni intermedie danno origine a vernici più o meno brillanti. Tanto per fare un esempio le vernici di una volta, descritte sopra, avevano un numero di gloss: 25, 35/50, 60/70 e 80/90.
La misurazione della brillantezza di un campione si fa con uno strumento che si chiama glossmetro, che provvede a misurare quanti gloss ha la vernice del campione. Quindi per riuscire a formulare una vernice identica ad una precedente, bisogna determinare sempre due fattori: il colore e la brillantezza; senza uno di questi dati non riusciremo ad effettuare una verniciatura identica a quelle del campione.


LE  VERNICI AD  ACQUA

Da alcuni anni sono disponibili sul mercato delle vernici denominate “all’acqua” che stanno soppiantando le vernici più tradizionali. Queste sono vernici che contengono sostanze che possono essere di derivazione vegetale, minerale o derivante dal petrolio quindi a diverso livello di inquinamento.
Se questa vernice viene stesa a pennello si può utilizzare così come si trova nel barattolo, mentre se si desidera utilizzare una pistola a spruzzo, la si può diluire in maniera limitata, generalmente attorno al 5%, sempre con acqua.
Il grande vantaggio a livello ecologico è che con questi prodotti si sono eliminati i solventi organici, quindi c’è un notevole passo avanti nella lotta contro l’inquinamento, visto che sono stati eliminati i famosi VOC (o COV, come sono chiamati in Italia).
Un altro vantaggio è che tutti gli strumenti usati per stendere questo tipo di vernici: pennelli, rullini o pistole a spruzzo, possono essere puliti utilizzando della semplice acqua, al posto dei diluenti da lavaggio o dell’acetone, quindi un altro passo verso la salvaguardia dell’ambiente.
Quando sono state prodotte nel nostro Paese, all’inizio degli anni ’80, erano veramente scadenti rispetto alle poliuretaniche che in quel periodo la facevano da padrone: i fondi si asciugavano molto lentamente ed erano comunque difficilmente carteggiabili, le finiture rimanevano elastiche, poco resistenti ai graffi ed un po’ appiccicose al tatto; era praticamente impossibile accatastarle se non dopo molti giorni.
Inoltre queste vernici non avevano raggiunto la grande varietà di brillantezza oggi disponibili; invece attualmente le vernici acriliche sono disponibili con un numero di gloss che va da 0 a 90, in condizioni standard, mentre esistono vernici particolari che, con l’aggiunta di un componente specifico, possono raggiungere i 100 gloss.
Il fatto di non avere più solventi organici permette di applicarle a pennello anche in casa senza i problemi delle altre vernici a solvente, sono praticamente inodori e si asciugano in poche ore; sono pertanto molto indicate per riverniciare porte e finestre.

domenica 29 settembre 2013

LE VERNICI (prima parte)

Da tempo immemorabile l‘uomo ha cercato di proteggere i propri manufatti in legno perché si era reso conto che il legno grezzo assorbiva liquidi e si sporcava con estrema facilità; pertanto, per riuscire ad esaltarne le caratteristiche estetiche e per proteggerlo, i falegnami dei tempi passati hanno cominciato a cercare dei prodotti che potessero risolvere questo problema.
Le prime sostanze che sono state usate per proteggere il legno sono stati gli olii, le cere e le resine, che venivano opportunamente mescolate ed anche riscaldate per amalgamarle meglio e stenderle sul legno da trattare.
Poi, circa due secoli fa, è stata scoperta la gommalacca, che si estrae da una sostanza prodotta da alcuni insetti che vivono nelle foreste asiatiche; questa specie di resina viene sciolta in alcool, depurata filtrandola e lasciata essiccare, facendo evaporare il solvente.
Sul fondo del contenitore rimane una sostanza di colore bruno dorato, che viene venduta in scaglie, pronta per essere sciolta nuovamente in alcool per impregnare il tampone che si usa per lucidare i mobili, generalmente antichi.



Questo è quello che è successo in Europa e nell’area mediterranea; in effetti non possiamo dimenticare che in Cina e in Giappone erano conosciute le lacche da migliaia di anni, le cui ricette venivano gelosamente custodite e tramandate di padre in figlio dagli artigiani dell’epoca, per evidenti motivi protezionistici.
In tempi più recenti, attorno agli anni ’20 del secolo scorso fu prodotta in Svizzera per la prima volta la vernice alla nitrocellulosa, che rivoluzionò il sistema di verniciatura anche perché il sistema di applicazione era, anche questo, innovativo. La vernice veniva applicata con uno strumento chiamato “pistola a spruzzo”, che sfruttava la spinta dell’aria compressa per distribuirla (il termine usato oggi è aerografo).
Questo sistema permetteva di verniciare grandi superfici in breve tempo, anche perché la vernice alla nitrocellulosa aveva una rapidità di essicazione eccezionale rispetto ai tempi ed ai vari passaggi richiesti per la lucidatura a gommalacca.
Oggi queste vernici sono praticamente scomparse, in quanto producevano troppe sostanze volatili (i cosiddetti VOC, acronimo inglese che significa: Composti Organici Volatili), dannose per l’ambiente, sia per il notevole quantitativo di diluente utilizzato, ma soprattutto sprecato durante la verniciatura che, usando la pistola a spruzzo, si nebulizzava attorno all’oggetto, quando il getto era più ampio del pezzo da trattare.
E’ ovvio che tutte le operazioni di verniciatura che vengono effettuale dentro le apposite cabine, con impianto di aspirazione e dotati dei regolari filtri di captazione, hanno un impatto ambientale minimo.
Il problema si pone soprattutto per le applicazioni effettuate all’esterno, nei cantieri, dove non è possibile controllare le emissioni dei prodotti volatili, che vengono quindi rilasciati nell’atmosfera.
Un’altra categoria di vernici ormai caduta in disuso è quella degli smalti sintetici ad olio, che non si potevano spruzzare, ma venivano applicati a pennello ed usavano come leganti degli oli essicativi come, per esempio, l’olio di lino.

Queste vernici avevano dei tempi di essicazione molto lunghi (erano necessari alcuni giorni) e la diluizione del prodotto veniva fatta inizialmente con l’essenza di trementina (chiamata anche acqua ragia); ultimamente, per ridurre forte odore di questo solvente, erano stati messi a punto dei diluenti quasi inodori, destinati soprattutto ai lavori da eseguirsi in casa (verniciature di porte e finestre), per limitare le esalazioni sgradevoli di queste sostanze, che purtroppo duravano per diversi giorni. 

sabato 21 settembre 2013

GLI STUCCHI (seconda parte)



Un altro prodotto che viene saltuariamente utilizzato in falegnameria è lo stucco metallico al poliestere, che è quello utilizzato normalmente in carrozzeria, vista la sua ottima adesione sui metalli.
I casi in cui si usa questo stucco sono quelli in cui dobbiamo fare delle ricostruzioni di punti a rischio, come gli spigoli che hanno subito degli urti e si sono sbrecciati; in tali occasioni si è soliti inserire due o più chiodi incrociati nell’avvallamento che si è venuto a creare, per fare aggrappare meglio lo stucco, creando una specie di armatura  (assicurandosi che i chiodi non sporgano dai piani dello spigolo).
Dopo la carteggiatura vi renderete conto che la stuccatura è dura e resistente; come nel caso precedente, anche questo è uno stucco che ha una base e un catalizzatore; non ho mai sentito nessuno che si sia dedicato a colorare questo prodotto, visto che è utilizzato per interventi su parti di legno che saranno poi laccate.


Una categoria a parte è rappresentata dagli stucchi a base di cera e colorati in varie tonalità per stuccare i vari legni; l’uso che si fa di questi stucchi è duplice: quello più conosciuto è legato alla stuccatura dei forellini lasciati dai tarli nei mobili antichi trattati superficialmente solo con oli, cere o gommalacca, oppure ammaccature o sbrecciature che si sono verificate in qualunque mobile e che si vuole riparare con poca spesa (accontentandosi però del risultato).
L’altro uso che si fa di questi stucchi è quando si manda il materiale in verniciatura e, mentre si applica il fondo trasparente su un pezzo il legno che deve rimanere naturale, ci si accorge che ci sono delle fessure o dei forellini che non possono essere riempiti dal fondo.
A questo punto si aspetta che il fondo sia asciutto e si applica un po’ di stucco a cera del colore giusto con una spatolina rigida (a volte basta anche un cacciavite o uno scalpello), in seguito si carteggia il pezzo e si passa alla verniciatura e il ritocco non si nota più.
Nota importante: questi stucchi non si possono applicare direttamente al legno grezzo perché, essendo cerosi, formerebbero degli aloni di unto attorno al legno impregnandolo; inoltre il fondo non aderisce a questi prodotti, mentre la vernice non ha nessun problema.
Per quanto esistano tante varianti di colore di questi stucchi, non è pensabile che riusciate ad intervenire sui mobili semplicemente con i prodotti base; capiteranno sicuramente delle occasioni in cui la tonalità del legno su cui dovete applicare lo stucco sia a metà fra due stick di colore in sequenza.
A questo punto vi serve dello stucco che non avete, ma che si può ottenere mescolando due piccoli pezzi degli stick che possedete; poiché sono a basa cerosa, si sciolgono a temperature abbastanza basse. A me è capitato un caso del genere ed ho risolto il problema prendendo un tappo a corona di una bottiglietta di birra e, dopo aver tolto la parte interna in plastica, l’ho preso con un paio di pinze tenendolo rivolto verso l’alto, ho messo due pezzetti di due colori diversi e l’ho scaldato con la fiamma di un accendino.
Facendo intervenire un’altra persona, che amalgamava i due pezzetti con un chiodo (eravamo in cantiere), abbiamo ottenuto la gradazione voluta ed siamo riusciti a fare una stuccatura perfetta nel mobile che era stato scheggiato durante il montaggio.




domenica 15 settembre 2013

GLI STUCCHI (prima parte)



Un prodotto che si usa spesso in falegnameria è lo stucco, che serve a rifinire le superfici imperfette, a chiudere le piccole fessure o i forellini che si sono creati durante le lavorazioni, oppure a ricostruire spigoli o sbrecciature nel legno creati da urti o altri eventi.
I tipi di stucco più frequenti sono quattro: lo stucco da rasare, lo stucco bicomponente per legno, lo stucco bicomponente per metallo e lo stucco a cera in stick. Questi prodotti vengono usati prima di far verniciare il manufatto in lavorazione (ad eccezione dello stucco a cera) e si applicano con una spatola metallica flessibile.

Lo stucco da rasare, o stucco francese, lo si trova già preparato in barattoli di plastica con coperchio a perfetta tenuta, per mantenere umido il prodotto che, essendo a base acquosa, non deve essicarsi finchè è nel suo contenitore; è costituito da Gesso di Bologna amalgamato con colla di pelle di coniglio. 


Lo stucco base è bianco, ma esistono anche versioni già tinte per accoppiarsi bene ad alcuni legni; comunque nella maggior parte dei casi ci si prepara lo stucco del colore giusto per il legno che si sta lavorando, tingendolo con delle polveri di vari colori che si chiamano terre e che vanno aggiunte in varie proporzioni fino al raggiungimento della tonalità voluta.
E’ importante sapere che per ottenere una stuccatura del giusto colore, bisogna preparare uno stucco di una tonalità più scura del legno grezzo che stiamo lavorando; il motivo è che gli stucchi colorati, quando si asciugano, diventano più chiari, per effetto dell’evaporazione dell’acqua.
Per preparare lo stucco del colore giusto in genere si passa una spugna umida sul legno grezzo, per simulare il colore del legno dopo la verniciatura (che lo scurisce); a questo punto abbiamo il riferimento di colore giusto per preparare lo stucco nella tonalità adeguata, che si provvederà ad applicare nei punti necessari.
Dopo alcune ore lo stucco si sarà asciugato (mentre il legno lo sarà da un pezzo, visto che è stato solo inumidito superficialmente) ed avrà assunto il tono di colore del legno grezzo; con la successiva verniciatura trasparente, sia il legno, sia lo stucco diventeranno un po’ più scuri, ma mantenendo una discreta affinità di colore.
Una cosa importante è che, per effetto dell’evaporazione dell’acqua, questo stucco si ritira (il residuo secco è circa l’80% del prodotto umido), quindi bisogna applicarlo con una certa abbondanza, se vogliamo darlo una volta sola. Altrimenti dobbiamo procedere con due passate, aspettando 3 o 4 ore tra l’una e l’altra.
Questo sistema diventa obbligatorio quando la profondità della stuccatura è notevole e la prima mano potrà mostrare anche delle screpolature durante il ritiro.
In generale per l’applicazione dello stucco francese, bisogna assicurarsi che la zona da trattare sia priva di polvere o avanzi di vecchie stuccature e, volendo facilitare l’aggrappaggio del prodotto, possiamo leggermente inumidire la parte da stuccare.
Ad essicazione avvenuta la stuccatura, che sarà sempre eccedente il legno, andrà carteggiata con carta vetrata fine, per prepararlo alla fase di verniciatura.
Ovviamente, nel caso che il legno debba essere laccato, quindi coperto con una vernice pigmentata, non è necessario preoccuparsi di colorare lo stucco, ma basterà usarlo bianco, tanto verrà comunque coperto dalla laccatura.

Un’ottima alternativa allo stucco precedente è lo stucco bicomponente per legno, questo prodotto è composto da una base, che esiste in diversi colori, e di un tubetto di catalizzatore, che va dosato con proporzioni varianti tra 1% e 4%, in funzione della rapidità che si vuole ottenere nella fase di indurimento, e della marca del prodotto.
Non è utile aumentare la quantità di catalizzatore, sperando in un indurimento più rapido; il catalizzatore eccedente non reagirà con la base e potrebbe provocare un danno, perché il perossido di dibenzoile (che sarebbe la sostanza che costituisce il catalizzatore) potrebbe dare origine ad alcune macchie in fase di verniciatura.
Naturalmente pensare di calcolare esattamente le giuste percentuali non è facile per nessuno e, viste le scarse quantità di stucco che abitualmente si preparano, nessuno si azzarda ad usare una bilancia elettronica per pesare i due componenti.
In effetti bisogna un po’ arrangiarsi, tenendo conto che dovete proporzionare il quantitativo del barattolo con quello del tubetto e dovreste riuscire a finirli contemporaneamente o quasi.


I vantaggi di questo tipo di stucco sono: la rapidità di indurimento che oscilla tra i 20 e i 30 minuti, e la mancanza di ritiro volumetrico; questo permetterebbe di rasare lo stucco a filo col pezzo, ma nell’uso pratico non succede mai e si tende comunque ad abbondare un po’, per spianarlo con la carta vetrata ad indurimento avvenuto.
Rispetto allo stucco francese, questo può otturare difetti anche di notevole profondità con un unico intervento, evitando quindi la doppia passata.
Come lo stucco francese, anche questo può essere colorato a piacere, ma anziché le terre (che sono ossidi di ferro naturali), in questo caso bisogna usare gli ossidi che sono ossidi di ferro sintetici. (fine prima parte)





domenica 1 settembre 2013

LE COLLE POLIURETANICHE (sesta parte)




Queste sono colle che si trovano diluite in acqua o in solvente, esistono sia monocomponenti che bicomponenti; le prime si usano in tutte le occasioni in cui si potrebbe usare anche una vinilica D 4, visto che la colla poliuretanica (indicata molto spesso con l’acronimo PUR) è resistente al contatto con l’acqua, anzi più l’ambiente è umido e più la colla indurisce.
Il settore della falegnameria dove è più usata è quello della serramentistica, in quanto le finestre o i portoncini esterni, soggetti alla pioggia battente, non soffrono minimamente nei punti di giunzione e mantengono ottimamente la tenuta dell’incollaggio. 






L’unico difetto che ha questa colla quando è in dispersione (acquosa o in solvente) è che, a contatto con l’umidità, sviluppa anidride carbonica, producendo un po’ di schiuma e tende a gonfiarsi; bisogna quindi assicurarsi che i pezzi da incollare siano ben stretti, altrimenti la colla tende a distanziarli.
Esistono anche dei collanti poliuretanici confezionati nella classica cartuccia che si usa abitualmente per i siliconi; questo tipo è pastoso e si può tranquillamente applicare anche su pareti verticali.
Se, dopo averlo distribuito con la classica pistola per cartucce di quel tipo, volete distribuirlo meglio spalmandolo, si può utilizzare una spatola dentata come quella usata per le colle a contatto.
Con le colle poliuretaniche non si incollano solo parti di legno fra loro, ma anche delle lamiere fra loro o su legno, oppure materiali diversi anche su pareti in muratura o calcestruzzo. 





Quando invece serve un collante poliuretanico che permetta una manipolazione dei pezzi in tempi più brevi si può usare il tipo monocomponente rapido, ad alta resistenza.
Anche se non sono delle colle vere e proprie, in falegnameria si usano anche le schiume poliuretaniche, che sono nate per sigillare e riempire delle cavità con una destinazione prevalentemente indirizzata all’edilizia, ma che sono da tempo usate per fissare i cassonetti delle porte alla cassematte, o direttamente alla muratura o al cartongesso.



In questo modo si possono evitare le viti di fissaggio, decisamente antiestetiche, anche quando vengono incassate e coperte da un tappino in plastica del colore adeguato.
Oltre alla schiuma monocomponente classica, esiste un tipo bicomponente che permette di ottenere incollaggi più rapidi; viene usata anche per il fissaggio degli scalini sulla relativa struttura. 
Poiché queste schiume tendono a gonfiarsi dopo l’applicazione, durante il montaggio dei cassonetti delle porte è meglio usare dei puntelli, per evitare che i montanti vengano spinti verso l’interno, portandoli quindi ad avvicinarsi, cosa che impedirebbe l’inserimento della porta a montaggio ultimato.