martedì 23 giugno 2015

CONSIGLI PRATICI




In questo articolo presenterò alcune soluzioni utili a risolvere qualche problema che ogni tanto si verifica durante le lavorazioni.
Non sempre si ha a disposizione una morsa od un appoggio per tagliare un righetto oppure una tavola di legno, per cui ci possiamo costruire un oggetto da utilizzare quando lavoriamo su un piano che non possiamo assolutamente rischiare di rovinare durante il taglio.
L’accessorio che mostro è molto semplice da costruire e certamente poco costoso. 



Come si vede dalla foto, consiste in due righetti incollati sopra e sotto un pannello di tipo qualunque (io ho usato un avanzo di truciolare da 20 mm.). Il listello inferiore serve per appoggiarsi contro il bordo del piano su cui lavoreremo, mantenendosi fuori dal piano per lavorare evitando di fare danni.
L’altro listello ci serve come battuta per poter tenere fermo il righetto che vogliamo tagliare; poiché la sega ha i denti rivolti in avanti, se non potessimo appoggiarci, tutte le volte che affondiamo la lama dentata nel legno troveremmo delle grosse difficoltà a mantenere fermo il pezzo utilizzando soltanto la forza dell’altra mano. 


Questo comporterebbe uno sforzo notevole e una sicura diminuzione di precisione durante l’operazione di taglio.
Naturalmente questo tipo di supporto è utile anche quando dobbiamo effettuare dei tagli con il seghetto alternativo (purchè il pezzo da lavorare abbia uno spessore superiore al listello di battuta), oppure quando ci serve piallare un pezzo corto, o lavorare di scalpello con la certezza che il pezzo non ci sfugga in avanti.

Un altro consiglio che ritengo utile è legato alla suddivisione di una tavola o di un pannello, per esempio per fare dei fori equidistanti sul pezzo.
In questo caso ho davanti un pannellino di compensato che voglio dividere in larghezza in 5 parti uguali; il pezzo è largo 17,1 cm. e, non avendo una calcolatrice sotto mano, posso effettuare l’operazione di divisione inclinando il metro o la stecca millimetrata che uso finchè non arrivo ad allineare con i bordi esterni il punto Zero ed un numero facilmente divisibile per 5: per esempio 25 cm.



A questo punto posso fermare con lo scotch di carta lo strumento di misura e, con una squadra (se i lati sono a 90°), segnare le divisioni a 5, 10, 15 e 20 cm..



Nel caso che non si possa utilizzare la squadra, bisogna ripetere l’operazione di suddivisione in due posizioni diverse e collegarle con una riga: otterremo così tante righe parallele equidistanti sui cui segnare la posizione dei fori, magari utilizzando lo stesso sistema di suddivisione, ma sugli altri lati.

L’ultimo suggerimento odierno riguarda il modo più sicuro per controllare lo squadro di un mobile in fase di costruzione, quando lo si è appena incollato e stretto con i morsetti.
Per evitare che il mobile si incolli restando in una posizione fuori squadro, bisogna assicurarsi che le diagonali siano uguali, per cui si posiziona il metro contro uno spigolo esterno (che è meglio di quello interno) e si va a leggere la misura dell’altro spigolo esterno della diagonale.


Difficilmente si noteranno due misure identiche alla prima misurazione (vorrebbe dire essere molto fortunati), per cui dovremo riposizionare i morsetti, che sono responsabili del fuori squadro, in modo da far coincidere o quasi le due misure.
Per arrivare a questo risultato bisogna ricordare che, dove c’è la misura in diagonale più lunga, bisogna spostare la testa del morsetto (dove c’è la vite) più all’esterno, oppure il piede più all’interno, mentre l’opposto va fatto dove abbiamo la diagonale più corta.
Purtroppo dobbiamo procedere per tentativi, perché non c’è una regola matematica che ci venga in aiuto; d’altra parte però a volte può bastare agire solo da una parte per raggiungere il risultato voluto.
Per misurare lo squadro, soprattutto con i mobili di una certa dimensione, non ci si può fidare di una squadra posizionata all’interno del mobile per verificare se il mobile si sta incollando nella giusta posizione, perché potremmo avere una indicazione scorretta.
Il motivo di questa illusione si può verificare per effetto della compressione dei morsetti che potrebbero far flettere i lati che vengono stretti, mettendoli così in  condizione di non essere in squadro con gli altri due, finchè il mobile non viene liberato dal carico a cui è sottoposto.
Questa errata valutazione, effettuata con la squadra, potrebbe inutilmente indurci a sistemare le cose modificando l’assetto dei morsetti, mentre invece il mobile è perfettamente in squadro.



sabato 13 giugno 2015

APPLICARE I BORDI (Seconda parte)




Riprendendo il discorso della bordatura, nella foto dell’articolo precedente si vedono i due lati corti con il bordo applicato, già rifilato e pareggiato in testa, mentre i bordi lunghi devono ancora essere lavorati per rifinirli definitivamente.

Il terzo metodo per applicare i bordi è utilizzare quelli precollati, che sono già stati preparati con una colla termofondente sul lato che va a contatto con il pannello. Per farli aderire saldamente esistono sostanzialmente solo due sistemi: si può usare un ferro da stiro, con cui conviene fare delle prove per riuscire ad individuare la giusta temperatura per fare fondere la colla; altrimenti esistono sul mercato degli attrezzi nati appositamente per questo scopo, che sono dotati di un termosoffiatore (praticamente un phon ad alta temperatura) che provvede a far sciogliere la colla sul retro del bordo, premendolo contro il pannello. 


Bordatrice elettrica manuale WURTH

Anche qui bisogna fare un po’ d’esperienza, soprattutto per capire quale velocità di avanzamento conviene usare, in funzione del tipo di bordo che si vuole applicare.
Comunque in tutti e tre i casi, una volta che i bordi sono stati applicati e le colle hanno fatto il loro dovere, bisogna troncare l’eccedenza in lunghezza del bordo, tagliandola con un paio di forbici e rifinendola poi con la carta vetrata per pareggiarlo (per gli amanti della tecnologia esistono dei troncatori che fanno il lavoro in un colpo solo).
Per la rifilatura che servirà a togliere l’eccedenza in larghezza del bordo si può usare un rifilatore elettrico dotato di una piccola fresa con cuscinetto di appoggio, oppure si può eliminare manualmente la maggior parte dell’abbondanza usando un mini pialletto da hobby (senza arrivare mai a toccare il pannello e senza andare controvena) e terminare l’operazione con una buona passata di carta vetrata.
Una volta rifinita per bene la bordatura sui lati corti, si procede a quella sui lati lunghi; questo ordine di precedenza si rende necessario perché, visto che lo sportello viene di solito guardato con il lato lungo in verticale, se questo è stato montato per ultimo, coprirà le teste dei bordi orizzontali che così resteranno nascoste, migliorandone l’aspetto estetico. Ecco il risultato finale: 



Questi sono i sistemi tradizionali per bordare col legno, però c’è un modo che oggi viene usato poco ma non è del tutto dimenticato: la bordatura con la righetta.
In pratica si ripete l’operazione che abbiamo visto precedentemente con la colla vinilica, soltanto che si applica una righetta in legno massello di spessore 4 o 5 mm. dello stesso legno (sempre più larga dello spessore del pannello) al posto del bordo da 1 mm.. 



Con questa soluzione ci si può permettere di arrotondare gli spigoli con un rifilatore dotato di una piccola fresa adatta allo scopo, per rendere lo sportello più “morbido” al contatto. 



Fino ad ora abbiamo parlato di bordature su pannelli placcati in legno, ma anche i pannelli placcati con il laminato oppure i nobilitati hanno la necessità di essere bordati; in questi casi il bordo non sarà più in legno, ma in ABS o PVC in una vasta gamma di colori oppure nello stesso laminato usato per il placcaggio.
Le differenze tra le due soluzioni sono: prima di tutto la flessibilità, l’ABS ed il PVC sono materie plastiche morbide e si adattano a tutti i tipi di curve in piano, mentre il laminato ha una flessibilità limitata e non si può curvare fin dove si vuole; fra l’altro i primi due sono reperibili in bobine che arrivano anche a 200 metri, mentre il bordo in laminato bisogna ricavarlo tagliandolo da un foglio, quindi si possono ottenere solo strisce relativamente corte (quasi sempre 305 cm.)
Un’altra differenza sta nel fatto che in uno sportello in laminato bordato con l’ABS o il PVC  (ammesso che si trovi il colore uguale) la presenza del bordo non si nota molto perché sono materiali colorati in tutto lo spessore.



Nel caso che si decida di bordare con il laminato risulterà sempre evidente un filetto molto scuro che farà notare il bordo riportato.



Il motivo di questa differenza è che il colore del laminato è dato soltanto dalla carta decorativa che costituisce il foglio più esterno, che è circa un decimo di millimetro, mentre il supporto fenolico è scuro e costituisce lo spessore maggiore (circa otto decimi di millimetro).
Esistono anche dei fogli di laminato chiamati generalmente “tuttocolore” perché non hanno il supporto fenolico, ma sono dello stesso colore in tutto lo spessore; purtroppo però la scelta delle varie tonalità è molto limitata e presentano una notevole fragilità che crea problemi di scheggiatura durante il taglio del foglio in strisce.
Ci sono anche altre alternative che sono i bordi in carta melaminizzata che si usano nei mobili industriali di basso costo, oppure i “laminatini” che sono bordi in laminato sottile (circa 4 decimi), che hanno una destinazione analoga e si usano prevalentemente con le macchine bordatrici.




mercoledì 3 giugno 2015

APPLICARE I BORDI (Prima parte)




Dopo che abbiamo impiallacciato e squadrato un pannello ci ritroviamo con un elemento che non è rivestito di legno dappertutto; infatti sono rimasti scoperti i bordi. Per rivestire anche questi con lo stesso legno, i sistemi sono diversi: se si hanno delle conoscenze in una falegnameria, si può andare a chiedere un certo quantitativo di bordo da un millimetro di spessore e della larghezza adeguata.
Nel caso che ci debba preparare anche il bordo, si può procedere incollando tra i piani che abbiamo adoperato per il placcaggio del pannello, due fogli di impiallacciatura, facendo attenzione a non sovrapporli esattamente. 



L’operazione va fatta invertendone uno, per fare in modo che le venature del legno si incrocino, come si vede dalla foto seguente. 

  
Questa procedura ci permetterà di non avere screpolature, che invece si possono verificare se le tensioni dei fogli di tranciato sono rigorosamente sovrapposte; una volta incollati i due fogli, possiamo procedere a tagliarli della giusta larghezza utilizzando la sega circolare, avendo l’accortezza di mantenere un pannellino sotto i fogli per evitare sbrecciature. 



Quando parlo di “larghezza adeguata” intendo una dimensione che sia superiore di circa 4 mm. rispetto allo spessore del pannello che dobbiamo bordare; per esempio: se siamo partiti da un pannello di multistrati di 18 mm., con il placcaggio è diventato circa 19 mm., pertanto il bordo che ci serve deve essere di 23 o 24 mm. di larghezza.
Questo margine ci garantisce di fare un buon lavoro perché il sistema di bordatura, qualunque esso sia, prevede che si debba avere una certa abbondanza durante l’applicazione del bordo, per rivestire con certezza lo spessore del pannello durante l’operazione di bordatura. Ecco come si presentano i bordi ottenuti dai due fogli incollati precedentemente (ne è stato fatto uno di scorta). 



Escludendo di usare una bordatrice, che è un’apparecchiatura presente solo nelle falegnamerie, noi dobbiamo accontentarci di sistemi manuali, che richiedono più tempo, ma che danno comunque un buon risultato.
I bordi possono essere applicati con la colla vinilica, che viene spalmata sui bordi (prima si procede con i lati corti, poi con i lunghi) che vengono poi premuti sul pannello usando contemporaneamente due righetti per distribuire la pressione dei morsetti. 



Bisogna stare attenti continuamente alla posizione mentre si stringe, perché ci deve garantire una copertura completa e la colla vinilica rende i bordi scivolosi; ricordiamoci che i bordi devono risultare anche più lunghi del lato del pannello che devono rivestire.
Questo metodo, oltre ad essere il più scomodo, ha anche un altro aspetto negativo che è il tempo di essicazione, il quale si aggira mediamente attorno all’ora e mezza; siamo quindi costretti ad aspettare tutto questo tempo prima di passare alla bordatura dei lati lunghi.
Invece si può adottare un sistema veloce se si usa una colla neoprenica a contatto (tipo Bostik, tanto per intenderci), che in questo caso va spalmata su entrambe le parti da fare aderire, usando una spatola dentellata per garantire la giusta distribuzione della colla.
Una volta che questa sembra essersi asciugata, cioè dopo circa 10/15 minuti, i bordi vanno accostati alle teste del pannello; l’applicazione va fatta con molta attenzione per non rischiare di metterli fuori asse, correndo il rischio di andare fuori dal percorso stabilito.
Questa colla non permette sbagli: se partite inclinati non riuscirete a coprire tutta la testa del pannello e non si può cercare di tirare via il bordo applicato storto per cercare di riposizionarlo perché si romperebbe; quindi è meglio fare un po’ di pratica per imparare a tenere il bordo allineato col pannello, mentre lo si sistema al suo posto.
Terminata l’applicazione bisogna premerlo con forza, usando un oggetto arrotondato (basta un righetto di legno duro a cui si è arrotondata un’estremità), oppure bisogna batterlo, tenendo il pannello verticale, usando un martello e frapponendo un blocchetto di legno che si fa scorrere per tutta la lunghezza del bordo, durante la percussione. 


domenica 24 maggio 2015

PROVIAMO AD IMPIALLACCIARE (Parte seconda)





Una volta ottenuta questa dimensione, dobbiamo squadrare il pacchetto sui lati corti per arrivare ad ottenere i fogli lunghi 43 cm.; a questo punto abbiamo ottenuto 4 fogli di impiallacciatura di 43 x 16,5 cm., adesso si tratta di giuntarli al centro dopo aver posizionato le due coppie in maniera simmetrica rispetto alla linea di unione, facendo combinare i disegni delle venature del legno. 


Poiché usiamo dei sistemi casalinghi, non potremo giuntare i fogli con una cucitrice a caldo, come avviene nei laboratori di falegnameria, ma useremo un sottilissimo nastro di carta gommata, creato appositamente per questo scopo; tenendo ben fermi i fogli di impiallacciatura, li blocchiamo con questo nastro, dopo averlo inumidito (non usate mai lo scotch di carta perché è troppo spesso ed ammacca il tranciato quando lo si pressa). 



Durante la fase di placcaggio, il lato con la carta gommata si può lasciare all’esterno oppure si può girare verso il pannello di supporto; nel primo caso la carta gommata dovrà essere asportata con la carteggiatura, oppure si può inumidire con una spugna ed asportarla con una rasiera quando la colla rinviene.
Nel secondo caso la carta rimarrà nascosta ed è meglio usare quella bianca per i legni chiari e quella marrone per i legni scuri, per evitare sgradevoli trasparenze dopo la carteggiatura.
Adesso siamo arrivati alla fase in cui dobbiamo incollare i due teli sul pannello grezzo e non possiamo usare la colla ureica perché non abbiamo la pressa a caldo; dobbiamo ripiegare sulla colla vinilica, ma non quella liquida che vendono nei flaconi, bensì quella densa che viene confezionata nei barattoli da un chilo o in mastelline da 5 o 10 chili.
Il motivo di questa scelta dipende dal fatto che la colla va distribuita con una spatola dentata, come quella per stendere il Bostik, per ottenere una distribuzione sufficiente ed uniforme e che non coli da nessuna parte. In realtà si potrebbe usare anche uno spandicolla a rullo, ma per superfici contenute non vale la pena di perdere tempo a ripulire lo spandicolla dalla vinilica, una volta finito il lavoro. 



Prima di distribuire la colla dobbiamo guardare il tranciato che dobbiamo incollare: se stiamo lavorando con un legno a poro chiuso come l’acero, il faggio, il noce, il ciliegio ecc. non ci sono problemi, ma se dobbiamo incollare del frassino, del rovere (e tutta la sua famiglia), del castagno o, peggio ancora, del wengè dobbiamo preoccuparci di tingere la colla con i coloranti opportuni.
Questi coloranti, che esistono sotto forma di polveri o di liquidi, devono essere aggiunti alla colla vinilica perché i legni che ho nominato sono “a poro aperto”; ciò significa che attraverso i pori molto evidenti presenti in questi tranciati la colla tende a trasudare riempiendoli anche sulla faccia che rimane a vista e, poiché la colla è bianca (ma il problema si pone anche con l’ureica che è giallina) si nota moltissimo su questi legni.
Se questi puntini possono sfuggire ad un occhio inesperto quando si lavora con del frassino, che è molto chiaro, non possono certamente passare inosservati se abbiamo incollato del wengè, che è piuttosto scuro: il contrasto è troppo forte, soprattutto dopo la verniciatura trasparente che esalta i colori.
Un’altra cosa che bisogna ricordare è che se il pannello da placcare è un multistrati o un listellare di pioppo, quindi con una vena in vista, questo è da preparare tagliandolo in modo che la vena del pannello risulti perpendicolare a quella del tranciato che applicheremo.
Se non si rispetta questa regola, al momento della verniciatura, si verificano quasi sempre delle sollevature dell’impiallacciatura in corrispondenza delle giunte.
Arrivati a questo punto siamo pronti per effettuare l’incollaggio: i morsetti ci sono, come pure i piani rivestiti in laminato, i teli sono stati già preparati ed anche il pannello è pronto, il barattolo della colla è sul banco insieme ai righetti per stringere i piani; ecco come si presenta la nostra “pressa” una volta che abbiamo stretto i morsetti. 


Vorrei fare un’osservazione: quando si preparano i teli di impiallacciatura aperti “a libro” bisogna sempre utilizzare i fogli in numero pari, per poter ottenere delle figure simmetriche, anche se questo comporta a volte un po’ di spreco di materiale.
In alternativa a questo modo, i fogli si possono predisporre “a correre”, cioè giuntandoli affiancati senza rovesciarli alternativamente; questo può permettere un risparmio di materiale, in quanto si possono usare i fogli anche in numero dispari. Naturalmente l’effetto estetico è diverso e la scelta è soggettiva. 



Comunque, una volta tolti i morsetti, squadrato il nostro pannello per ottenere le dimensioni desiderate ed adeguatamente carteggiato, il risultato del nostro lavoro si presenta così: 

  
Consideriamo sempre cosa stiamo preparando: se stiamo predisponendo uno sportello per un mobile che rimarrà da solo, non ci sono problemi, ma se abbiamo deciso di allestire le ante di una cucina, c’è tutta una serie di pannelli che andranno montati uno di fianco all’altro e probabilmente con larghezze diverse, quindi bisogna programmare il lavoro di preparazione dei teli nel suo complesso per ottenere un buon risultato estetico.


giovedì 14 maggio 2015

PROVIAMO AD IMPIALLACCIARE (Parte prima)




Da quando nel ‘700 si cominciarono ad usare i piallacci per rivestire dei legni economici per nobilitarli applicando dei legni pregiati, ottenendo un discreto abbassamento dei costi rispetto all’uso del legno massello, l’uso delle impiallacciature ha preso sempre più piede.
Il merito va anche all’invenzione della prima macchina per produrre le impiallacciature a livello industriale all’inizio dell’800, che ne ha velocizzato enormemente la preparazione, riducendo di conseguenza anche i costi del materiale realizzato.
Oggi i fogli di impiallacciatura vengono usati per rivestire non tanto dei legni poveri, ma soprattutto i vari pannelli che il mercato ci offre: dal truciolare, al multistrati, al Medium Density, al listellare.
Nei laboratori di falegnameria il placcaggio (cioè l’operazione di incollaggio di fogli di impiallacciatura su un pannello) avviene utilizzando una pressa a caldo in cui si usa la colla ureica che, essendo termoindurente, reagisce velocemente al calore trasmesso dai piani della pressa, rendendo rapidissimo l’indurimento della colla e quindi l’incollaggio completo.
Per chi vuole ottenere lo stesso risultato e non dispone di una pressa, può operare ugualmente con mezzi meno sofisticati, ammesso che ci accontentiamo di lavorare con dimensioni più contenute.
Per prepararci a questa operazione bisogna innanzitutto procurarci il materiale che sostituirà la pressa in uso nelle falegnamerie: nel nostro caso dovremo costruirci due pannelli rivestiti di laminato (possibilmente lucido per contrastare l’adesione della colla che può trasudare dall’impiallacciatura).
Lo spessore di questi pannelli varia in funzione della dimensione di quello che vogliamo placcare: se è piccolo bastano due pannelli di 18 mm. di spessore, se sono di media dimensione si passa allo spessore di 25 mm. e, crescendo ancora, è consigliabile l’utilizzo di spessori di 30 mm. ed oltre, coadiuvati da rigoni trasversali per distribuire la pressione dei morsetti anche nella zona centrale.
Adesso ci dobbiamo preoccupare della preparazione del telo di impiallacciatura (o tranciato); se dobbiamo rivestire un pannello troppo largo per i fogli di impiallacciatura che abbiamo, dovremo affrontare un placcaggio che comporti l’uso di due o più fogli affiancati (e fissati assieme) per ogni facciata. Supponiamo che ce ne bastino due per lato.



Poiché nella maggioranza dei casi si sceglie di ottenere un aspetto simmetrico del disegno della venatura del tranciato, dovremo considerare di giuntarli con il sistema detto “a libro”, che prevede che si prendano due fogli conseguenti nel pacco da cui li estraiamo e li accostiamo in maniera simmetrica, rovesciandone uno dei due.
Il disegno che si ottiene sarà un’immagine unica, con le venature perfettamente speculari, visto che la differenza tra un foglio di tranciato e quello successivo è praticamente inesistente.
Prima di fissare i due fogli insieme bisogna però rifilarli accuratamente; nelle falegnamerie si usa la taglierina che ha una lama che rifila alla perfezione il tranciato. Noi possiamo usare un sistema più “casalingo”, che richiede però l’uso di una sega circolare; innanzitutto dobbiamo considerare che l’oggetto che vogliamo realizzare ha una dimensione ben precisa e per ottenerla dobbiamo partire da un pannello (di truciolare, MDF, multistrati o listellare) che sia almeno un centimetro più abbondante per ogni lato.
Se il nostro obiettivo dovrà essere di 40 x 30 cm., noi prepareremo il grezzo con le dimensioni di 41 x 31 cm.; questo ci garantirà mezzo centimetro tutto attorno per la successiva squadratura (per pannelli di dimensioni più grandi, è meglio aumentare il margine di lavoro) a placcaggio ultimato.
Adesso possiamo passare alla preparazione dell’impiallacciatura: si prendono i 4 fogli del legno che abbiamo scelto per rivestire il pannello grezzo (due sopra e due sotto) e si lasciano nello stesso ordine in cui li abbiamo presi dal pacco.
Per rivestire un pannello di 41 x 31 cm. senza rischiare che l’impiallacciatura scivoli durante la fase di pressatura, lasciando scoperta una parte del pannello, dobbiamo preoccuparci anche in questo caso di tenere un certo margine tutto attorno al pannello.
Questa volta però il margine sarà di un centimetro su tutto il perimetro, per cui i teli formati dalle due coppie di fogli affiancati dovranno essere complessivamente di 43 x 33 cm.; questo vuol dire che ogni foglio dovrà essere di 43 x 16,5 cm..
Per ottenere queste dimensioni dobbiamo impacchettare i nostri fogli (tutti insieme così come li abbiamo trovati nel pacco) tra due pannelli di MDF che abbiano uno spessore almeno di 10 mm. e dimensioni più abbondanti dei fogli; in questo modo evitiamo di provocare delle sbrecciature nel tranciato perché la lama della sega circolare trova un supporto rigido, che viene tagliato assieme all’impiallacciatura. 



Si comincia rifilando un bordo lungo utilizzando il carro della sega circolare per avere un bordo rettilineo di partenza poi, sempre mantenendo compatto il nostro sandwich, tagliamo il tutto a 16,5 cm. di larghezza, utilizzando l’appoggio della parallela che abbiamo provveduto a sistemare a quella distanza. 




lunedì 4 maggio 2015

LE GIUNZIONI CON I TASSELLI DOMINO



Oltre alle spine ed alle linguette, esistono degli elementi di giunzione di nuova generazione che vengono usati per gli stessi scopi: sono i tasselli Domino, che vengono inseriti dentro a delle fresature effettuate con una elettrofresatrice opportuna, inventata (insieme ai tasselli) dalla Festool. 


I tasselli sono di sei dimensioni diverse per adattarsi a tutte le situazioni che si possono presentare durante le lavorazioni, sia lavorando con i pannelli, sia con elementi in legno massello.
L’elettroutensile che si usa per preparare gli alloggiamenti in cui inserire i tasselli utilizza delle frese di vari diametri che, oltre che a ruotare velocemente, si spostano anche lateralmente, creando delle asole che possono essere regolate in profondità ed anche in larghezza su tre posizioni.
Quello che si vede nella foto seguente è il risultato di una lavorazione fatta di misura per alloggiare i tasselli di dimensioni maggiori su due pannelli che verranno giuntati in modo complanare e non perpendicolare, come negli esempi precedenti (che comunque rimane una soluzione che il Domino soddisfa ampiamente). 


I tasselli vengono spalmati di colla ed inseriti nelle asole di un pannello e rimangono sporgenti per la metà della lunghezza, che si inserirà nelle asole dell’altro pannello. In funzione della dimensione dei vari elementi da collegare, si dovrà scegliere il tassello più adeguato e di conseguenza bisognerà cambiare il diametro della fresa nell’elettroutensile, per ottenere l’asola adeguata. 


Finite le lavorazioni, i pannelli vengono assemblati incollando ovviamente anche la zona di contatto; nella foto sottostante si vedono i due pannelli con i tasselli già infilati ed in fase di chiusura. 


La dotazione di accessori del Domino è tale da poter lavorare in testa anche dei listelli per collegarli tra loro formando telai o cornici, come si vede dal filmato che segue.





sabato 25 aprile 2015

LE GIUNZIONI A LINGUETTE



Oltre alle spine, da alcuni decenni, gli accoppiamenti dei pannelli si possono fare con le linguette che sono delle piccole anime di faggio con uno spessore di 4 mm. e di diverse dimensioni; nella foto sottostante si vedono quelle di uso più frequente, che sono classificate con tre numeri: 20, 10 e 0, partendo da quella di sinistra.
Quella più grande è 57 x 23 mm., quella media è 54 x 19 mm. e quella piccola è 48 x 15,5 mm.; vengono costruite in dimensioni diverse per potersi adattare ai vari spessori usati nelle varie costruzioni. 


Questi sono gli elementi di giunzione; per poterli utilizzare bisogna usare una elettrofresatrice per linguette, che ha una piccola lama al Widia simile ad una lama per sega circolare. Questa lama, ovviamente dello spessore di 4 mm., viene fatta uscire dal corpo macchina di una quantità pari a poco più della metà delle linguette che vogliamo utilizzare.
Prima di effettuare le fresate bisogna segnare in quali posizioni eseguire queste lavorazioni; bisogna pertanto avvicinare i pannelli in modo che assumano quella che sarà la posizione definitiva, poi si segnano con una matita le posizioni dove capiterà il centro delle linguette che dovranno essere inserite, tracciandole in un colpo solo in entrambi i pannelli, come indicato nella foto seguente. 


A questo punto si dividono i pannelli e si effettuano le fresate, mettendo l’elettroutensile in posizioni diverse per lavorare il pannello orizzontale sulla facciata ed il pannello verticale sul bordo. 





Una volta finite le lavorazioni, si effettua una prova di montaggio “a secco” (cioè senza mettere la colla) per verificare che le fresate siano state effettuate con la profondità adeguata. 


Dopo la verifica si può mettere la colla dentro le fresate, inserire le linguette, distribuire la colla anche nella zona di contatto dei pannelli e chiudere stringendo con i morsetti, facendo attenzione che i pannelli siano in squadro.
Per spiegare meglio l’uso di queste elettrofresatrici per linguette, vi invito a guardare il filmato con cui chiudo l’articolo, che vi mostrerà una varietà di modi diversi di utilizzare questa macchina, costruita dalla Lamello, che è l’azienda che ha inventato questo ed altri sistemi di giunzione.